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Violenza di genere, ri-conoscere per intervenire

“La violenza di genere, di cui sono più frequentemente vittime le donne, ha caratteristiche che la rendono universale – dichiara Eloise Longo, del Dipartimento di Neuroscienze dell’ISS –  perché non tiene conto dell’appartenenza sociale, culturale, politica, religiosa, della pelle e della nazionalità, ma affonda le proprie radici nel tessuto sociale e culturale dove sono fortemente radicati pregiudizi e stereotipi nei confronti della donna. Nonostante le molteplici disposizioni normative, iniziative e azioni volte a tutelare uno dei principi fondamentali riconosciuti dalla Costituzione italiana, la parità di genere, permangono ancora all’interno della società forti elementi di discriminazione che, purtroppo, sempre più spesso, sfociano in forme di vera e propria violenza. Per questo il contrasto alla violenza di genere è oggi una delle sfide umanitarie più grandi in tutti i Paesi del mondo”.

L’Istituto Superiore di Sanità da anni è impegnato, in collaborazione con il Ministero della Salute e in rete con i presidi ospedalieri e i servizi sanitari, in attività per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne con progetti di ricerca, formazione e sorveglianza ospedaliera. “Tra gli obiettivi specifici del convegno – conclude la ricercatrice – vi è quello di identificare il fenomeno della violenza di “genere” nelle sue molteplici forme; caratterizzare le conseguenze della violenza sulla salute della donna e del bambino; promuovere le azioni di prevenzione per contrastare il fenomeno e le strategie di comunicazione; analizzare le principali azioni per la presa in carico e l’accoglienza delle donne”.

I numeri della violenza

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la violenza sulle donne è un problema di salute pubblica globale, essendo uno dei principali fattori di rischio di cattiva salute e di morte prematura per le donne e le ragazze. È un fattore di criticità urgente in quanto compromette la salute psico-fisica delle donne limitandone le libertà personali e condizionando la crescita del capitale umano e del sistema economico e sociale nel suo complesso.

Dai dati dell’OMS (2013) emerge come la prevalenza globale di violenza domestica e sessuale sulla donna sia pari al 35% e, nella Regione Europea, una donna su quattro ha subìto una violenza fisica e/o sessuale dal partner, o una violenza sessuale da un altro uomo. In Italia, i dati ISTAT del 2015 rivelano che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Anche i dati di sorveglianza di Pronto Soccorso  del Sistema Nazionale Incidenti Domestici –SINIACA elaborati dall’ISS  delineano un quadro simile:  per le donne vittime di violenza in età fertile (15-49 anni), oltre il 35% dei casi è dovuto ad aggressione da parte del coniuge o partner sentimentale (nei maschi è meno del 10%). Quasi l’85% dei casi di violenze su donne è compiuta da conoscenti (nei maschi tale percentuale è inferiore al 40%). Nei pronto soccorso partecipanti alla rilevazione SINIACA-IDB per le donne la seconda causa di accesso in PS è stata la violenza sessuale: un caso ogni venti è dovuto a violenza sessuale. Alterco e acquisizione illegale di soldi rappresentano i principali contesti dell’aggressione su donne e la violenza viene più spesso (88% dei casi) compiuta a mani nude, senza uso di strumenti (ISS, 2017).

A proposito di stereotipi, un’indagine del Censis, confluita in un Rapporto della Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione contro le Donne (CEDAW) presentato nel 2011, disegna un’Italia maschilista, rivelando che il 53% delle donne che appare in tv non ha voce, il 46% è associata a sesso, moda, bellezza e solo il 2% all’impegno sociale.

Diverse sono le cause e le forme della violenza: fisica, sessuale, psicologica, economica, culturale, stalking, che si manifestano prevalentemente in ambito domestico/familiare (genitori, parenti, caregiver), relazionale (amici, conoscenti), scolastico, di gruppo (compagni di scuola, educatori). Le conseguenze della violenza sullo stato di salute della donna assumono diversi livelli di gravità che possono avere esiti fatali (femminicidio o interruzione di gravidanza), molto invalidanti (conseguenze da trauma, ustione, avvelenamento, patologie sessuali o riproduttive, problemi ginecologici e infezioni sessualmente trasmesse incluso HIV) e con un forte impatto psicologico e ricadute in termini di peggioramento complessivo dello stato di salute (Disturbo da Stress Post-Traumatico – PTSD, depressione, abuso di sostanze e comportamenti auto-lesivi o suicidari, disturbi alimentari e/o sessuali). Le stesse conseguenze possono perdurare lungo tutto l’arco della vita.

Disturbi psico-fisici, spesso gravi, affliggono anche i bambini, vittime dirette di abusi e maltrattamenti o indirette quando assistono alla violenza in ambito familiare. Evidenze scientifiche dimostrano infatti che per un bambino assistere ad una violenza è come subirla in prima persona, col pericolo di continuare ad esserne vittima o diventare violento o bullo, a sua volta, da grande.

Per prevenire il fenomeno della violenza di genere – conclude Eloise Longo –  bisogna far emergere la struttura della rappresentazione sociale della violenza sulle donne; promuovere maggiore consapevolezza rispetto alle molteplici forme in cui si può manifestare la violenza e attivare un processo di riflessione critica sugli streotipi di genere ancora radicati nella società (art.12 Convenzione di Istanbul). Occorre una formazione continua degli operatori sanitari per promuovere una lettura condivisa e univoca del fenomeno avendo chiari compiti e necessità. Infine la presenza di protocolli e linee guida con procedure chiare, la messa in rete dei servizi sanitari assistenziali a livello territoriale e nazionale capace di interagire efficacemente e tempestivamente è indispensabile per far emergere il fenomeno – per lo più sommerso e sottostimato – e garantire alla donna supporto, ascolto, accoglienza e protezione”.

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