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COVID. la variante "delta". Un recentissimo studio sulla variante Indiana

Come una calamita il Sars-cov-2 aumenta la sua capacità di attaccarsi alle cellule umane: cosa fa la variante indiana (o Delta che dir si voglia) e come sconfiggerla, aggirando il “paradosso del virus”, lo spiega ad Askanews Massimo Ciccozzi, responsabile dell’unità di statistica medica ed epidemiologia della facoltà di medicina e chirurgia del Campus Bio-Medico di Roma. Ciccozzi ha analizzato a fondo la variante indiana, autore con il suo team di un recentissimo studio su questa mutazione del virus, prima uscito in pre-print su bioRxiv e ora accettato in pubblicazione dal prestigioso Journal of Medical Biology.

“La variante indiana è come tutte le altre che abbiamo osservato, né più né meno. Come tutte le varianti ha fatto la maggior parte delle mutazioni nel sito di aggancio. La proteina spike è formata da due sub-unità, in una di queste, la sub unità 1, c’è il sito di binding, il famoso l’Rbd, (the receptor-binding domain), il sito di aggancio al recettore ACE2 delle cellule umane. Questo è il sito dove tutte le varianti generano mutazioni perché è questo che le fa diventare più contagiose”, premette l’epidemiologo.

La variante indiana non sfugge a questa regola, “come tutte le varianti del Sars-cov-2, le mutazioni sono dove c’è il sito di aggancio con il recettore. Il virus cerca di trovare sempre la soluzione più contagiosa possibile, e lo fa per adattarsi a noi. Può sembrare un paradosso ma è questo che fa il virus con il suo ospite umano: si adatta”. Osservandola da vicino, Ciccozzi e la sua squadra hanno scoperto come la variante Delta ha migliorato la sua capacità di attaccarsi alle cellule umane e quindi di infettarle: “Nella variante indiana l’aggancio si è ancor più perfezionato, ha mutato tre amminoacidi che erano inizialmente negativi in positivi, ha trasformato la carica da negativa a positiva, così ha aumentato il potenziale elettrostatico a livello biochimico. Che vuol dire? Aggancia meglio il recettore e si lega ancora con più forza alle cellule umane da infettare.

Come due calamite, una a carica positiva e una negativa che si attraggono: all’interno delle cellule umane la carica è negativa e il virus aumentando il suo potenziale positivo le attrae e aggancia meglio”. Una forza di attrazione notevole: “La variante indiana è del 50-60% più trasmissibile della variante inglese”.

Qual è la nostra fortuna? “Il vaccino ancora la copre, ma attenzione: devono essere fatte tutte e due le dosi, una non basta. L’errore che noi abbiamo fatto, e gli inglesi stanno pagando con l’aumento dei casi, è stato quello di aumentare la distanza tra la prima e la seconda dose di vaccino. I numeri sono chiari: la prima dose di Astrazeneca protegge dalla variante indiana al 33%, la prima di Pfizer al 50%. La vaccinazione completa cambia tutto, la seconda dose con Astrazeneca porta la protezione dal 33% a quasi il 70%, con Pfizer si arriva quasi al 90%. Come evidenzia l’ultimo studio pubblicato su Lancet, condotto dalle autorità sanitarie della Scozia (Public Health Scotland) e dall’università di Edimburgo”.

Un errore quindi distanziare le somministrazioni “anche perché frutto di un arbitrio, non c’è nulla di scientifico alla base. Tant’è che le regioni hanno fatto scelte diverse, dai 30-35 ai 42 giorni di intervallo. Se fosse stato un dato scientifico, ci sarebbe dovuto essere un termine definito e uguale per tutti. Una scelta che anche come obiettivo dichiarato non regge: si è fatto per vaccinare più persone per proteggerle? La verità è che si sono protette di meno”.

Ci ha salvato il fatto – sottolinea l’epidemiologo – che (almeno finora) abbiamo portato le mascherine e osservato il distanziamento e che la variante delta (almeno finora) è poco diffusa in Italia. Ma quanto davvero è diffusa? “Non si fa campionamento e sequenziamento dei campioni a sufficienza, non come fanno gli inglesi, il rischio è che stiamo andando alla cieca”.

Quindi, ora più che mai non ci sono dubbi: “Doppia dose di vaccino e non ampliare il distanziamento tra la prima e la seconda dose, perché in quell’intervallo non si è protetti. I numeri sull’efficacia sono chiari: serve la seconda dose”.

E per superare il nodo Astrazeneca: “Agli over 60 che hanno ricevuto come prima dose Astrazeneca, seconda dose Astrazeneca; per gli under 60 via libera alla vaccinazione eterologa, prima dose con vaccino a vettore virale Az e seconda con vaccino a Rna messaggero, quindi Pfizer. Alcuni studi (spagnoli e inglesi, pubblicati su Lancet e Nature news) hanno dimostrato che si può fare ed è anche più efficace”.

Luce verde per Ciccozzi anche al vaccino Pfizer per i 12-16enni: “Gli adolescenti vanno vaccinati, sono quelli che hanno una socialità maggiore, si muovono di più e fanno girare il virus. Più il virus circola più ci sono varianti da rincorrere”.

In conclusione “se si vaccina poco (e male) si rischia di selezionare una variante che adesso non è prevalente ma che ha mutazioni più insidiose. Rincorriamo le varianti ed è una rincorsa infinita. Dobbiamo vaccinare almeno l’80% della popolazione con due dosi”. La ricetta è semplice. (di Giovanna Turpini)

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