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Presidente Mattarella: ipotesi di Stato di accusa. La scarsa avvedutezza della Politica Italiana.

Non vi è dubbio che nel mondo Politico spesso accadono cose che provocano reazioni a dir poco fuori della normale aspettativa della gente, ma quello che è successo in occasione del veto posto dal Presidente Mattarella alla prevista nomina del Prof. Savona al Ministero del'Economia, denota una immaturità della classe Politica Italiana laddove, anziché tentare un dialogo aperto con il Presidente Mattarella, pensa di forzare le cose semplicemente creando uno scontro aperto con la Presidenza del Paese.

La gravità della situazione Politica Italiana, l’assenza di un Governo e l’incombenza di scadenze economico-finanziarie imminenti, avrebbero dovuto portare tutti a più miti consigli, soprattutto alla luce delle enormi difficoltà che si incontrerebbero nelle procedure necessarie alla messa in Stato di accusa del Presidente Mattarella. 
Ma andiamo per ordine. L’oramai famoso art. 90 del titolo III della Costituzione recita: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri”
Pensare ad un Parlamento che “in seduta comune” ed a “maggioranza assoluta” riesca a mettere in stato  d’accusa il Presidente della Repubblica, sembra quanto di più improbabile possa avverarsi in questo momento. Sono talmente controverse e contrastanti le posizioni dei vari Partiti Politici, che oggettivamente appare molto improbabile si riesca a deliberare con la maggioranza richiesta.

Vi è poi da considerare anche il fatto che forse sono stati tutti molto avventati nel ritenere attivabile l’articolo 90 della Costituzione che, come è noto, cita l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione come motivi ammissibili, senza considerare a fondo la enorme portata giuridica di questi. Si stanno cioè considerando delle ipotesi di reato contro una intera Nazione così gravi che andrebbero studiate ed analizzate a fondo prima di decidere se mai possano esserci gli estremi necessari all’azione contro il Presidente della Repubblica. 

Le procedure tecniche: la Costituzione italiana codifica la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. E la decisione finale non spetta al Parlamento, ma alla Corte Costituzionale. I passaggi che una procedura così delicata prevede sono tanti e complessi, non a caso non si è mai arrivati alla fine di questo percorso. Innanzitutto la richiesta va presentata al presidente della Camera con tutto il materiale probatorio a sostegno dell'accusa. Il presidente della Camera trasmette poi il dossier ad un comitato apposito, costituito dai componenti della giunta del Senato e della Camera, i cui membri devono rappresentare tutte le forze politiche. Il comitato ha il compito di decidere sulla legittimità dell'accusa, e dopo aver preso una decisione, votata a maggioranza, presenta una relazione al Parlamento riunito in seduta comune. Il comitato può scegliere di archiviare il caso se ritiene che le accuse sono diverse da quelle stabilite dell'art. 90 della Costituzione, o deliberare la votazione in aula della messa in stato d'accusa. In entrambi i casi il presidente della Camera riunisce di nuovo il Parlamento, che poi deve esprimersi sull'autorizzazione a procedere. Il Parlamento può chiedere ulteriori indagini o mettere in discussione la competenza parlamentare dei reati imputati. Il Parlamento vota quindi sulle eventuali proposte. Se sono respinte, si prende atto delle decisioni del comitato. Se delibera di archiviare il caso, la decisione viene approvata senza il passaggio del voto. Se la relazione propone la messa in stato d'accusa, si vota a scrutinio segreto. Per procedere però la proposta di destituzione deve raggiungere la maggioranza assoluta dell'assemblea.

Ma non è finita qui: se il Parlamento dà l'autorizzazione a procedere, il caso passa alla Corte Costituzionale, a cui vengono affiancati sedici giudici aggregati, estratti a sorte da un elenco di quarantacinque persone compilato dal Parlamento ogni nove anno e i cui requisiti di accesso sono gli stessi dei giudici della Corte. Nella stessa seduta il Parlamento elegge i rappresentanti dell'accusa che fanno da pm durante le sedute della Corte, che decide attraverso un vero e proprio processo al cui termine arriva una sentenza.

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